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Dory
LA BARCA CHE SCRISSE LA STORIA DELLA PESCA
Poche assi di legno duro, abili operai per una
lavorazione quasi a catena di montaggio: nasceva una barca destinata
a non durare a lungo nel tempo, a essere maltrattata durante la stagione
di pesca. Ma è ancora una vera leggenda del mare
Quando si parla del "dory",
più che di una barca da pesca dell'Ottocento sembra di descrivere
un prodotto industriale: pensato per la costruzione in serie, progettato
per il massimo della leggerezza per essere calato ed issato a bordo
delle golette, costruito in dimensioni e caratteristiche standard in
molte migliaia di esemplari all'anno, rifinito con banchi di voga smontabili
per essere accatastato sul ponte uno dentro l'altro ed infine dipinto
con curiosi colori antinebbia: sembrerebbe quasi la descrizione di un
container...
Anche la forma lascia perplessi: una barca con il fondo piatto per l'Atlantico
del Nord?
Eppure il comportamento in mare di questa barca era eccezionale: nonostante
le dimensioni ridotte, un dory di 15 piedi (la lunghezza si misura sul
fondo della barca), poteva portare fino ad una tonnellata di pesce,
era capace di resistere alle ondate atlantiche ed aveva una notevole
stabilità che consentiva ai due uomini di equipaggio di stare
anche in piedi, quando era necessario per le manovre di accostamento
alla goletta.
Quello che sembra poco usuale nel disegno del dory, era un adattamento
alle tecniche di pesca che, per più di un secolo, sono state
utilizzate sui Grandi Banchi di Terranova. Per la pesca del merluzzo,
in questo tratto di mare convergevano centinaia di golette da pesca,
dagli Stati Uniti e dal Canada, ma anche dall'Europa.
La città dei dories
Kipling, in "Capitani Coraggiosi", descrive così lo
spettacolo della flotta da pesca al largo di Terranova:
"Il sole, che da una settimana si nascondeva, ora appariva all'orizzonte
e la sua luce, ancora bassa e rossastra, colorava le vele d'ancoraggio
di una flottiglia di golette, ancorate, rispettivamente a nord, a ovest
e a est. Dovevano essere quasi un centinaio, di tutte le forme e strutture
possibili, compresa una nave francese a vele quadre che spiccava lontanissima
e tutte, con moto ritmico, sembravano farsi a vicenda una riverenza.
Come api da un fitto alveare, i dories si staccavano da ogni goletta
ed il brusio delle voci, il fracasso del sartiame e degli alberi, lo
sciacquio dei remi, si propagavano per miglia sulle onde del mare.
I colori delle vele mutavano rapidamente, nero, grigio perla e bianco,
mentre il sole saliva alto, e altre golette apparivano attraverso la
bruma che si dileguava verso sud. I dories si affannavano a raggrupparsi,
separarsi, riunirsi di nuovo, tutti vogando nella stessa direzione.
I pescatori si lanciavano grida di saluto, fischiavano, zufolavano,
si chiamavano e l'acqua, intorno, si intorbidiva per tutti i rifiuti
gettati da bordo. "È una città" esclamò
Harvey. "È una vera città!". Di questa "città"
che si formava in una delle zone più ricche di pesce del mondo,
un triangolo di 250 miglia di lato, i dories erano una parte essenziale.
Essi costituivano il più importante strumento di pesca di cui
disponevano le golette.
Chi ammirava queste splendide navi a vela, dalle linee eleganti come
quelle di uno yacht, (basti ricordare la più famosa, la "Bluenose")
poteva anche non notare le strane imbarcazioni impilate una sopra all'altra
come scatole cinesi, che ne ingombravano i ponti. Eppure la capacità
di pesca delle golette si esprimeva proprio con il numero di dories
che erano in grado di trasportare e così si parlava di golette
da otto, da dieci, da dodici...
La tecnica di pesca prevedeva che la nave si ancorasse al largo e calasse
a mare i dories, che si allontanavano e pescavano per conto loro con
i palamiti. Alla sera il merluzzo pescato in giornata veniva pulito
sul ponte della goletta e salato immediatamente. In casi eccezionali
era possibile anche pescare con la lenza direttamente dalla goletta,
ma issare i grossi pesci a murata era molto più faticoso, mentre
il rendimento della pesca era più basso. La nave tornava in porto
solo quando le stive erano piene di merluzzo salato.
Se gran parte del pescato era costituito da questo pesce, erano anche
possibili altri tipi di prede. Issare a bordo una passera (halibut),
che poteva superare i tre metri di lunghezza ed i 100 chili di peso,
metteva a dura prova le doti di stabilità della barca.
Nonostante abbia avuto una grande diffusione, il dory è un tipo
di imbarcazione relativamente recente. La discussione su chi lo abbia
"inventato" è ancora aperta. C'è chi sostiene
che la sua origine sia da ricercarsi in Massachussets, mentre altri
tirano in ballo il "bateau" fluviale dei boscaioli canadesi
e persino la "nacelle" provenzale. Howard Chapelle mette in
rilievo come si possa parlare di un "dory dei Banchi" solo
dagli anni cinquanta dell'800, con l'affermarsi della tecnica di pesca
a partire dalle golette.
Questo tipo di pesca è stato utilizzato in modo massiccio fino
alla Prima Guerra Mondiale ed è stato gradualmente soppiantato,
a partire dal 1930, dall'uso di pescherecci a motore attrezzati con
frigoriferi. Ultimi utilizzatori di navi a vela e di dories per la pesca
sono stati i portoghesi: un loro brigantino, il "Gazela Primeiro",
ha svolto campagne sui Banchi fino al 1969!
Oggi il dory, sempre più raro, è ancora utilizzato per
la pesca sotto costa e se appare a bordo dei pescherecci è solo
nella veste di barca di servizio. Qualcosa dell'epopea della pesca sui
Grandi Banchi però è rimasto nella memoria.... Ancora
oggi l'immagine del dory è molto forte: nel New England e nelle
Province Marittime canadesi il dory, nell'immaginazione collettiva,
"è" la barca. Se chiedete ad un bambino di fare il
disegno di una barca, state pur certi che vi schizzerà il profilo
di un dory, magari color banana.
Un museo per ricordare un maestro d'ascia
A Shelburne, nella provincia canadese della Nova Scotia, è oggi
possibile visitare il "J.C. Williams Dory Shop", uno dei cantieri
storici che furono impegnati nella produzione di questa barca per un
periodo di novant'anni: dal 1880 alla sua chiusura, nel 1971.
Nel 1983 fu riaperto come museo, dedicato interamente alla storia del
dory, dal principe Carlo d'Inghilterra. Gli oggetti esposti sono un
omaggio alla vita di un maestro d'ascia leggendario: Sidney Mahaney.
Egli iniziò a lavorare qui nel 1914 come apprendista, all'età
di 17 anni ed ha continuato a costruire questo tipo di barche fino alla
chiusura del cantiere. Naturalmente anche a casa sua, nel tempo libero,
arrotondava la paga fabbricando dories... Nel corso della sua vita produttiva
egli ha costruito, da solo o con altri, più di 10.000 dories!
Ancora tra il 1983 ed il 1993, anno della sua morte, Mahaney ha passato
parte delle giornate estive nel museo, facendo dimostrazioni sulla tecnica
di costruzione. Non c'è da stupirsi che tra i souvenir del museo
siano in vendita anche suoi autografi.
L
e caratteristiche della barca
Le dimensioni prevedevano cinque lunghezze standard (sempre misurate
sul fondo): 12, 13, 14, 15 e 16 piedi. Le barche più piccole,
utilizzate soprattutto dai portoghesi, portavano un solo uomo.
Ordinate, dritti di prua, specchi di poppa erano ricavati da legno di
quercia, mentre il fasciame era di pino. I banchi di voga, smontabili
per poter accatastare una barca sull'altra, non contribuivano a dare
rigidità dello scafo, che risultava molto flessibile. Il fondo
era piatto, mentre i fianchi erano realizzati con la tecnica del clinker,
con chiodi ribattuti nel legno, utilizzando da 3 a 5 tavole per lato.
Se uno dei pregi del dory con un certo
carico era la stabilità, a barca vuota era tutto un altro discorso:
in caso di capovolgimento, poi, il fondo perfettamente liscio e senza
chiglia non offriva alcun appiglio ai pescatori caduti in mare che tentassero
di risalire sullo scafo.
Come sicurezza, proprio per questo, il cavicchio che fungeva da tappo
di scarico per la pulizia aveva, dalla parte esterna, un anello di cima
che poteva essere utilizzato da chi fosse caduto in mare per passarci
dentro un braccio e salire a cavalcioni dello scafo.
Anche se spesso i dories erano forniti di vela, il fondo liscio e senza
alcun tipo di chiglia e la necessità di caricarlo spesso fino
ai bordi, ne limitava l'uso alle andature portanti.
L'usura a cui veniva sottoposta la barca, che cozzava spesso contro
i fianchi della goletta e che veniva continuamente issata e calata in
mare con i paranchi, accorciava la vita utile di un dory dei Banchi:
la durata media non superava i tre anni. D'altro canto, quando i dories
venivano utilizzati solo per la pesca sotto costa e non sottoposti quindi
ad un simile trattamento, arrivavano anche ai quindici anni.
Tecniche di costruzione
Per la costruzione dei dories si impiegavano metodi di lavoro che rendevano
possibile l'approntamento di migliaia di nuove barche ogni stagione.
I principali centri di produzione erano Shelbo urne e Lunenburg in Nova
Scotia (Canada); Gloucester, Beverly, Essex, Newburyport, Amesbury,
Salisbury (Massachussets); Portland, Cundy's Harbor (Maine).
Proprio la necessità della produzione in grande serie rese sempre
più difficile (e costoso) il reperimento degli storti in legno
duro per ricavarvi le ordinate.
A Shelbourne nel 1887 Isaac Crowell trovò la soluzione, realizzandole
con due pezzi di legno dritto. Venivano poi tenute insieme rivettandole
con piastre di lamiera stagnata ("clips").
Questa tecnica, debitamente brevettata, non incontrò l'incondizionata
approvazione di tutti i costruttori e rimase tipica dell'area di Shelbourne.
I cantieri di Lunenburg, l'altro grande centro di costruzione della
Nova Scotia, si rifiutarono di adottarla.... Ancor oggi, in Nova Scotia,
se un dory non ha le "clips", è stato fatto a Lunenburg.
Per aumentare la produttività, si utilizzava un sistema di costruzione
simile a quello di una catena di montaggio, che ben si adattava alla
semplicità costruttiva della barca.
I vari momenti della costruzione erano i seguenti:
1. le "clips" venivano tagliate dalla lamiera
stagnata;
2. utilizzando delle sagome, si tracciava la forma
delle ordinate sul legname duro di magazzino. Il legname per ogni ordinata
veniva tagliato in due parti distinte con la sega a nastro e posto sul
banco da lavoro insieme con due "clips" metalliche. Queste
erano poi rivettate tra di loro sull'incudine. Dritti di prua e specchi
di poppa, dopo esser stati tracciati con le sagome, venivano tagliati
da pezzi di legno duro con la sega a nastro e rifiniti con l'ascia e
la pialla;
3. il fondo veniva assemblato su due alti cavalletti
usando tavole dritte di pino. Dritto di prua, specchio di poppa ed ordinate
vi venivano poi montate;
4. dopo che cinque scafi erano giunti a questo stadio
di costruzione, erano trasportati ad un'altra serie di cavalletti, dove
veniva praticato un taglio lungo tutto il margine di ogni fondo. Erano
poi accatastati nelle vicinanze;
5. ogni fondo veniva riportato sul cavalletto, dove
veniva montato il fasciame a "clinker", con la falchetta,
il capo di banda e le serrette;
6. mentre due o tre uomini lavoravano a fasciare il
dory, un altro era impegnato alla sega a nastro, preparando assi per
il fasciame;
7. infine lo scafo veniva capovolto, scartavetrato,
rifinito e dipinto con i colori tradizionali.
In questo modo un cantiere, con cinque o sei lavoranti, riusciva a produrre
fino a 350 dories all'anno: in media, uno al giorno. Si trattava certamente
di un lavoro ripetitivo, alienante e molto noioso... D'altra parte è
proprio questo metodo di lavoro che permetteva dei risultati eccezionali
in termini di produttività. Si ricorda il caso del cantiere Hiram
Lowell di Amesbury, che nel 1911 ricevette da armatori portoghesi un
ordine urgente per 200 dories. Utilizzando una forza lavoro di 25 operai
che lavoravano su tre turni e facendo ricorso a questo tipo di tecniche
produttive, il cantiere riuscì nell'impresa di costruire 200
barche in 18 giorni!!
Per saperne di più
Della vasta bibliografia sul dory, si possono segnalare iseguenti titoli:
* "Capitani coraggiosi" di Kipling rende
bene l'atmosfera della pesca sui Banchi. Questo racconto è frutto
di una documentazione di prima mano dell'autore, che aveva conosciuto
i pescatori del porto di Gloucester.
* "American small sailing craft" di Howard
I. Chapelle dedica un capitolo al dory.
* "Dories and dorymen" di Otto P. Kelland, stampato a St.John,
Terranova nel 1984 è ricco di interviste agli ultimi pescatori
che hanno svolto campagne di pesca sui Banchi.
* "The dory book" di John Gardner mostra invece come la vitalità
del disegno si sia espressa in una serie di modelli che ne sono derivati:
dories con chiglia e velatura, altri con poppa a specchio, adattati
al motore fuoribordo, ecc..
Testo di di Giovanni Panella
tratto da : www.nautica.it
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