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Moya
Nato come yacht da regata, il «Moya» è una barca ben nota nei nostri mari da quando vi è giunta nel 1988; dal 1990 batte bandiera
italiana e, vincendo molte regate, si è dimostrata molto veloce
in ogni condizione di tempo. Dal 1989 ha infatti partecipato a quasi
tutte le manifestazioni di vele d'epoca svoltesi nel Mediterraneo ottenendo
molti brillanti risultati tra cui spicca la vittoria della "Louis
Vuitton Cup" alla «Nioulargue» di Saint Tropez del
1990.
NAVIGARE SULL' «ACQUA»
Su questa imbarcazione, la cui linea affascina sempre gli uomini di
mare, si è già scritto molto, ma recentemente il «Moya»
è stato sottoposto ad un totale restauro o meglio - possiamo
dire - si è cercato di ripristinarla nel suo iniziale splendore
quasi fosse stata appena varata. È entrata in cantiere alla fine
della stagione 1992 dopo aver partecipato alla "barcolana"
triestina per dei neccessari lavori di modesta ristrutturazione: la
coperta faceva acqua e quindi si voleva risolvere al meglio questo problema.
Il suo armatore Renato Pirota ha voluto affidare la direzione di tali
lavori all'amico Carlo Sciarrelli e la loro realizzazione all'ormai
noto cantiere Alto Adriatico di Pitacco Luxich e Ferluga, trasferitosi
a Monfalcone dopo aver magnificamente ristrutturato il «Tirrenia
II», e che continua a dimostrare un'incredibile capacità
artigiana nella cura di ogni piccolo dettaglio di bordo.
Da amico ad amico, Carlo Sciarrelli - una volta addentratosi nella documentazione
storica - non ha potuto fare a meno di coinvolgere tutti in un affascinante
lavoro di ripristino dell'imbarcazione in quello che era il suo aspetto
originale, compresa l'armatura velica rigorosamente tradizionale di
cutter aurico. D'altronde era stato proprio Sciarrelli a segnalare inizialmente
l'imbarcazione a quello che sarebbe poi divenuto il suo proprietario,
acquistandola in Inghilterra da Kris Weddinton che l'aveva a suo tempo
restaurata e mantenuta in buone condizioni.
Carlo Sciarrelli non è solo un ottimo architetto, ma anche un
riconosciuto "storico" dello yacht e della tradizionale costruzione
in legno e come tale è riuscito a raccogliere una tal mole di
documentazione sull' imbarcazione, da ritenere che fosse essenziale
recuperarla in maniera completa cioè, come direbbe lui, "restituendole
l'anima che le spetta" e certamente Renato Pirota grande amante
delle barche "vere" non si è tirato indietro. Sono
stati consultati molti Lloyd's Register of Yacht per seguirne la storia,
si sono ritrovati articoli d'epoca che illustravano la nuova costruzione
e soprattutto si sono recuperate le fotografie del varo e degli interni
originali dello scafo.
Ripercorriamo la sua storia, estremamente interessante anche perchè
il «Moya» (acqua in arabo) rappresenta una delle più
belle tipologie navali da lavoro, nobilitate poi con il loro largo impiego
nello yachting. Leggendo l'articolo di "The Yachting Monthly"
del dicembre 1911: "Il 18 tonn. è stato costruito l' anno
scorso da Mr. A.E. Penny. Per la sua misura, lo yacht è eccezionalmente
ben arredato ed equipaggiato sottocoperta. Mr. E. Caisley, di Arnside,
è stato incaricato dei lavori, il risultato è istruttivo."
Come si vede, il «Moya» desta subito l'attenzione degli
specialisti che sottolineano la particolare raffinatezza "artistica"
con cui sono stati realizzati gli interni di uno yacht di così
limitate dimensioni, sfruttando ogni piccolo spazio con ingegnosi marchingegni
come: la credenza fornita di uno specchio pieghevole, un particolare
dispositivo a scatto per trattenere le stoviglie al loro posto anche
in navigazione, la ribaltina che consente di avere un ampio tavolo per
il carteggio, abbassabile quando non più necessario, senza creare
ingombri. Certamente doveva essere all' avanguardia anche l' "intelligente
piccola cuccetta, che di giorno è un divano....ma con un semplice
movimento si allunga (o meglio si allarga) fino a 3' e 9" (circa
119 cm) formando un letto confortevole".
Le linee particolari di questo scafo,
qui riprodotte, sono state a suo tempo ricavate dal mezzo modello originale,
conservato poi nel cantiere, che William Crossfield aveva utilizzato
per realizzare il «Moya», non usando lui piani di costruzione.
Il "progetto" risale al 1905 e, come ci specifica Eric McKee
nei suoi studi, rappresenta uno dei più tipici "Morecambe
Bay Prawner", barca usata per la pesca dei gamberetti nella baia
di Morecambe del mare d'Irlanda. E. McKee ebbe modo di esaminare molto
bene il «Moya» nel 1975 a Helford e, oltre a tracciarne
degli schizzi, ci specifica come raramente avesse potuto esaminare uno
scafo di questo tipo - realizzato come yacht - con le proporzioni così
fedeli a quelle dei prawners impiegati per lavoro; spesso, infatti,
l'aspetto esterno risentiva molto delle modifiche imposte allo scafo
per avere maggior abitabilità e comfort a bordo (rialzo del ponte
e grandi tughe).
«Moya» quindi non è un qualsiasi yacht d'epoca ma
rappresenta un capolavoro di William Crossfield, il più apprezzato
progettista fautore proprio della realizzazione di questo particolare
tipo d' imbarcazioni; il «Moya» costituisce, infatti, la
massima espressione sulle lunghezze maggiori di realizzazione di queste
barche, solitamente non più lunghe di 35 piedi. Le sue principali
caratteristiche sono: ottima manovrabilità ed una confortevole
abitabilità degli interni, per la loro massima raffinatezza affidati
alla realizzazione dello specialista E. Caisley - autore anche di una
specifica pubblicazione sull'argomento - non disgiunte, nonostante la
robustezza della costruzione e le consuete linee piene dello scafo,
da una notevole capacità di "correre".
Attraverso l' esame dei "British Registry" è possibile
ricostruire la sua storia: il gaff- cutter «Moya» fu varato
ad Arside per Mr. A.E Penny ed entrò in attività nel 1910
- inscritto tra gli Int. Rating Class 5 metres -; nel 1914 risulta di
proprietà di W.R. Brown di Preston, successivamente (nel 1928)
venne acquistato da Walter Tawnsley iscritto a Lancaster nel Lancashire;
il nuovo proprietario modifica l' armo velico trasformando il «Moya»
in yawl. Dal 1933 al 1943 appartenne a David Scott Webster, iscritto
al Royal Gonroch Yacht Club di Lancaster. È stato questo un lungo
periodo di crociere nel Clyde poi il 25 ottobre 1943 Charles L. Read
divenne il nuovo proprietario di questo yawl ausiliario e successivamente
(1948) egli preferì ripristinare l' armo originale; nel marzo
del 1952 il gaff-cutter divenne di proprietà di John Michael
Platt; fu quindi nel 1960 la volta di John Llewellyn Moxey, nel 1969
di Barry John Westwood ed infine nel 1973 venne abbandonato in un canale
del Lancaster. Il 6 febbraio del 1974 Cristopher Michael Waddington
entrò in possesso di questa gloriosa barca ed essendo proprietario
di un cantiere a Fareham (Hampshire) pensò bene di rimetterla
in piena efficienza e farne la propria barca da regata. Adattati gli
interni alle proprie esigenze, mantenne il piano velico originale a
cutter aurico e per rendere più pratica la manovra, semplificò
l'attrezzatura ricorrendo a verricelli. Inizia così con lo scafo
color verde smeraldo la seconda vita del cutter «Moya»,
che partecipa a molte regate nel Solent, risultando molto spesso vincitore,
ed anche al Fastnet del 1975 in cui si classifica secondo della sua
classe.
Nel 1987 Renato Pirota fa visita a Carlo Sciarrelli alla ricerca di
una barca significativa di vecchio stampo a dislocamento pesante, magari
di Fife; ma la ricerca in Italia risulta vana per cui si ricorse subito
a "Yachting Word" per esaminare cosa offrisse il mercato inglese.
Effettuata una prima scelta di tre imbarcazioni "interessanti",
quando si recarono in Inghilterra per esaminarne lo stato di persona,
«Moya» risultò il migliore e l'acquisto venne perfezionato
con una veloce trattativa; fu portata in Mediterraneo con uno skipper
attraverso i canali francesi, venne affidata al timone di Gian Battista
Borea d'Olmo e subito impiegata nei nostri mari divenendo la barca da
battere in tutte le regate di barche d' epoca, a Porto Cervo, Imperia,
La Spezia e Sant Tropez.
Una volta entrato in cantiere a Monfalcone per il rifacimento della
coperta, non si sarebbe potuto mettere mano ad uno scafo del genere
senza la responsabilità di valorizzare al massimo questa splendida
costruzione. Quindi, consultata attentamente la documentazione raccolta
che illustra bene gli interni molto lussuosi ed anche l' aspetto esterno,
tradizionalmente bianco, si procede ad un restauro totale di alta qualità
nelle sicure abili mani di Luigi Pitacco, Lorenzo Luxich e Giorgio Ferluga.
Tutta la coperta viene tolta e così anche gli interni, mentre
lo scafo in pich pine risulta in ottime condizioni. Studiato tutto attentamente,
Carlo Sciarrelli ridisegna gli interni sfruttando bene gli spazi e ricostruendo
mobili e dettagli come dalla vecchia foto scattata nel 1911. Le modifiche
effettuate in precedenza constringono a qualche variazione "speculare"
ma, come si potrà notare dalle foto riprodotte in queste pagine
a confronto con l'originale, tutto è stato ripristinato al meglio:
gli stipetti in teak verniciato, la piccola libreria di bordo, le vetrine
chiuse da portelli in cristallo molato, il porta bottiglie con bicchieri
e bottiglia in cristallo munito di targhetta personalizzata "Moya".
Così i divani in pelle e le cuccette hanno ripreso l' aspetto
originale, ben illuminato da tradizionali lampade basculanti. La coperta
viene totalmente rinnovata col classico teak. Siamo tornati all' inizio
del secolo nell' attrezzatura velica rigorosamante tradizionale, mossa
da cime in canapa con rinvii costituiti da classici bozzelli in legno
e con totale assenza di verricelli, rispettando il classico armo a gaff-cutter
ossia cutter aurico anche nelle misure, confrontando le diverse vele
fornite a suo tempo da velai famosi come Ratsey o Lucas. Il motore naturalmente
è stato cambiato ed il pozzetto non è esattamente uguale
all' originale, ma certamente è stato raggiunto un indiscutibile
prezioso recupero, come ha recentemente riconosciuto anche la giuria,
composta da "fior" di esperti in materia, del concorso indetto
nel 1993 dalla MARTINI & ROSSI e dalla rivista specializzata "YACHT
DIGEST" per il "Premio per il miglior restauro di barca d'
epoca", assegnando il primo premio proprio al Cantiere Alto Adriatico
di Monfalcone per il restauro del «Moya».
di Mario Marzari
tratto da : www.nautica.it
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