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Ancore le verità sommerse
A confronto i 10 modelli più diffusi. Con una telecamera le abbiamo spiate sott’acqua,
con un dinamometro abbiamo calcolato la loro tenuta massima. Sul fondale di sabbia “vincono” Danforth e Fortress. Bene CQR, Bruce e Delta
amato |
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Cosa succede sul fondo del mare? Come “lavorano”
le ancore? Perché a volte arano, a volte tengono benissimo? E,
soprattutto, quali sono le migliori quando si tratta di affrontare l’“ancoraggio
tipo”, quello più ricorrente nei nostri mari?
Per scoprirlo abbiamo organizzato un supertest con i 10 modelli più
diffusi in Italia per misurarne la tenuta e osservane il comportamento,
istante per istante.
La prova ha coinvolto due barche, sette persone e due giorni di lavoro
in mare. Abbiamo utilizzato un dinamometro digitale per misurare i carichi
e un sofisticato software per analizzare i dati che questo ci trasmetteva.
Il Video Ray, un “robotino” con telecamera comandato dalla
barca, ci ha fornito le immagini di quanto accadeva sott’acqua,
e un sub ci ha assistito per tutta la durata del test. Non una prova al
banco quindi, ma sul campo e che riproduceva esattamente quanto può
succedere ogni estate, in una qualsiasi rada, a una barca da crociera.
Abbiamo prima “spiato” cosa accadeva sul fondo e poi a lungo
studiato i dati raccolti durante il test. Per scoprire che le ancore non
sono tutte uguali, anzi. Le differenze sono molto maggiori di quanto non
si possa immaginare.
I criteri del test
Abbiamo scelto una situazione “tipo” per il diportista italiano:
un fondale di sabbia di 4.5/5 metri. E’ probabilmente il contesto
più “gettonato” negli ancoraggi lungo le nostre coste
e che viene scelto prima di tutto perché molto sicuro sia perché
è un ambiente molto facile da incontrare nelle rade e nei ridossi
italiani.
Per tutte le ancore abbiamo filato 25 metri di catena
(diametro 8), una lunghezza leggermente maggiore di quella che
viene normalmente utilizzata (soprattutto nelle rade più sicure
e quindi spesso affollate) ma che rispecchia i normali criteri di sicurezza
raccomandati dalle case produttrici che parlano di un rapporto di 1 a
5 tra la profondità del fondale e i metri di calumo. La sabbia
non era del tipo finissimo bianco ma di quello leggermente più
scuro, più facile incontrare nei nostri mari (con sotto, dopo 50/60
cm, del fango molto compatto).
Le ancore venivano messe in trazione a poppa di un motoscafo (Jeanneau
Prestige 36 con due Volvo Penta da 260 cv) e un dinamometro rilevava i
carichi trasmettendoli direttamente a un PC portatile (da cui abbiamo
ricavato le curve di carico). Per tutti i modelli sono stati effettuati
tre prove di trazione e i dati finali ottenuti corrispondono a una media
dei valori.
Abbiamo eseguito due tipi di test, il primo serviva a verificare la tenuta
massima dell’ancora: una volta dato fondo e controllato (grazie
alla telecamera) che avesse fatto testa l’uomo alle manette, partendo
dal regime minimo di rotazione dei motori, dava progressivamente gas:
100 gir/min ogni due secondi. In questo modo abbiamo verificato la resistenza
non al semplice strappo (e poco verosimile, nella realtà, passare
di colpo da una trazione di pochi kg fino a 1000) ma ai carichi progressivi,
fino al limite massimo di tenuta.
Un secondo test ci ha invece consento di osservare la facilità
delle varie ancore a fare testa sul fondo. Qui era più difficile
fare misurazioni strumentali, abbiamo osservato con cura, sia grazie alla
telecamera che con gli occhi del nostro sub (Nino Capece, marinaio e collaboratore
di Vela e Motore) quanto accadeva sul fondo una volta che l’ancora
si era adagiata sulla sabbia e la barca cominciava a retrocedere.

Durante le prove, da una seconda barca (l’Altair, il Sun Odyssey
52.2 della redazione), si manovrava il VideoRay. Tutto quello che si vedeva
sullo schermo veniva raccontato, via vhf, ai chi lavorava sulle ancore
a bordo del motoscafo. Una precisazione importante, ai fini della giusta
lettura del test, va subito fatta. La prova riguardava la tenuta e il
comportamento delle ancore su un solo tipo di fondale, sabbia con 5 metri
di profondità.
Per quanto questo sia l’ambiente più ricorrente per gli ancoraggi
lungo le nostre coste non è certamente l’unico. Le nostre
valutazioni riguardano solo e esclusivamente i dati rilevati nel corso
della prova e non vogliono dare un giudizio “tout court” sulle
ancore, in riferimento a situazioni che non abbiamo potuto verificare
(per esempio fondo di alghe, roccia o fango e con profondità maggiori)
Quattro famiglie
Il comportamento delle ancore può subito essere analizzato in base
alle 4 grandi famiglie di appartenenza, a ceppo (ammiragliato), a marre
articolate (Danforth, “tipo Danforth), a vomere (CQR), e tipo Bruce
(Trefoil e, ovviamente la Bruce originale).
C’erano in gara un ancora in alluminio, la Fortress (a marre articolate,
simile alla Danforth) e la Delta, che per forma assomiglia a quelle a
vomere ma che è realizzata acciaio al manganese (dall’ottimo
rapporto peso/resistenza) in un unico pezzo e senza parti mobili. Queste
due ancore lavorano esclusivamente grazie alla loro forma e non al peso,
e per la nostra prova abbiamo quindi scelto dei modelli di peso inferiore
alle altre (6 e 6.8 kg, anziché 9/10) ma che per tenuta erano assimilabili.
Infine abbiamo testato anche due ancore dal disegno originale e prodotte
in Italia, l’ancora Amato e la Sanguineti, la prima per concezione
simile e quelle a marre articolate, la seconda richiama le forme della
Bruce.
Fra tutte queste quelle che senza dubbio si sono dimostrate più
adatte al fondale sabbioso sono state la Danforth e la Fortress. Le marre
sottili e appuntite si sono infilate con facilità nel fondo, arrivando
fino al fango sottostante. E’ importante notare come entrambe abbiano
fatto testa con grande facilità e come più tiravamo (siamo
arrivati a 900 kg di trazione) più le due ancore (pur spostandosi
leggermente in avanti) scendevano sempre più sotto il fondale.
La differenza tra le due consiste soprattutto nel peso, la Danforth era
quella da 9 kg, la Fortess era da 6.8. Quest’ultima è infatti
in alluminio e lavora esclusivamente sulla forma e non di peso ( inoltre
è rapidamente smontabile). Un altro elemento importante è
stato il confronto con un’ancora “tipo danforth” cioè
solo simile all’originale USA la quale ha mostrato non solo un tenuta
molto inferiore al carico ma anche una difficoltà molto maggiore
a fare testa, i ceppi laterali sono infatti troppo corti e non fanno ruotare
in maniera corretta l’ancora.
Altro “ferro” che ha dato ottimi risultati nella nostra prova
è stata la inglese CQR, àncora molto diffusa sulle barche
a vela e che ha confermato la sua proverbiale affidabilità, la
grande facilità d’impiego (è molto facile fargli far
testa, basta filare subito molta catena prima di agguantare) e la sua
tenuta (nonostante la sabbia non sia il suo fondo ideale). Sorprendente
anche la prestazione della Delta, anche lei dalla forma a vomere, ma più
leggera grazie all’impiego dell’alluminio al manganese. Per
lei dati di tenuta massima non di molto inferiori alle due “regine”
nonostante fosse un’ancora da 6 kg anziché da 9.
Bene anche la Bruce, robusta e compatta, lavora bene anche a picco lungo
(cioè filando anche poca catena) e ha una buona tenuta. Ha un’ottima
imitazione nella Trefoil, praticamente identica. Nel corso del test abbiamo
riscontrato una tenuta inferiore solo del 10% mentre il prezzo di listino
è meno della metà.
Quale scegliere?
Nel complesso per valutare quale ancora acquistare un buon metro di riferimento
vi rimandiamo alle nostre
TABELLE.
“Gli effetti del vento” stilata dalla ABYC, che indica, in
linea di massima, quanto spinge il vento su una barca (e che viene usata
da molti cantieri e case costruttrici). Per uno scafo di 10 metri, cioè
la lunghezza per cui sono mediamente consigliate le ancore della prova,
si hanno circa 90 kg di carico a 15 nodi, 370 a 30 nodi, e rispettivamente
750 e 1500 con il vento a 42 e 60 nodi.
Questo significa che, su un fondale di sabbia con 5 metri di profondità,
con due ancore (Danforth e Fortress) si può stare tranquilli fino
a forza 10, con 4 (CQR, Bruce, Trefoil e Delta) ci si deve cominciare
a preoccupare sopra a forza 7, con la Sanguineti si dorme sereni fino
a 24/25 nodi e che delle altre è meglio fidarsi solo delle brezzoline.
Questi sono dati indicativi, e riferiti a un solo tipo di fondale, ma
sono anche dati testati sul campo e con esattezza, in una situazione reale,
e sono quindi un buon punto di partenza per la scelta.
Infine una nota doverosa riguardo ai prezzi a nostro avviso in molti casi
veramente eccessivi. Sarà pur vero che dietro alla progettazione
e alla costruzione di certe ancore c’è un antico e sofisticato
back - ground, ma perché dei “ferri” d’ormeggio
devono costare di listino anche 90/100.000 lire al kg? Forse perché
quando si tratta di sicurezza si sa che i diportisti sono naturalmente
disposti a spendere anche qualcosa in più?
fonte: www.velaemotore.it
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