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Barche a carena planante

Tutti conosciamo i limiti delle carene dislocanti a superare certe velocità,
perciò per avere delle velocità relative elevate, è
necessario usare le carene plananti. Il continuo miglioramento delle caratteristiche
dei motori, l'intensificarsi delle esperienze, degli studi e dei rapidi
progressi, non si può dire che abbiano risolto tutti i problemi
inerenti agli scafi plananti, ma certamente hanno consentito di trovare
migliori soluzioni per unità non solo di piccolo dislocamento,
ma anche per il grande, che fino a poco tempo fa era una speranza. Infatti,
oggi scafi parzialmente plananti di grandi dimensioni sono utilizzati
per il trasporto veloce in mare. Uno scafo planante è uno scafo
che, in moto, trova il suo principale sostegno nella reazione dinamica
dell'acqua.
Essenzialmente, esso scivola o sfiora la superficie del mare e ciò
lo distingue da un normale scafo, che, viceversa, galleggia solamente
e si apre la rotta nell'acqua (Figura n° 5). L'azione di una superficie
planante è simile a quella di un cuneo forzato al di sotto di un
peso allo scopo di alzarlo. Una superficie planante inclina il suo piano
forzando l'acqua in basso, e questa forza crea un campo di pressione che
fa aumentare il livello dell'acqua ai lati della superficie stessa. Quindi
è la spinta dinamica che ad alta velocità sostiene quasi
l'intero peso delle barche plananti.
Da quanto premesso è possibile sommariamente dire che i fattori
in gioco sono: peso, velocità, spinta dinamica e statica, angolo
di assetto longitudinale, superficie bagnata e resistenza al moto (Figura
n° 3). Tutti questi fattori sono estremamente interdipendenti tra
loro, e l'angolo d'assetto a sua volta dipende dalla posizione relativa,
in senso longitudinale, del centro di gravità e del centro di pressione
dinamica. Da quanto detto, si desume che il progetto di una unità
planante richiede uno studio più accurato e difficoltoso di quello
necessario per il progetto di una nave a dislocamento. Il cambiamento
d'assetto in corsa assume la veste di uno dei parametri più importanti
del progetto, e la necessità di prevedere esattamente il peso dell'imbarcazione
e la posizione del suo baricentro costituiscono una delle maggiori difficoltà
(Figura n° 2). Alcune delle differenze sostanziali tra gli elementi
di progetto di uno scafo planante e quelli di una nave dislocante sono:
la spinta statica della carena, in una barca a dislocamento, sostiene
tutto il peso, mentre in uno scafo planante detta spinta sostiene solo
da 1/3 a 1/13 del peso della barca. Il resto è sostenuto dalla
spinta dinamica. La forma di carena di una nave a dislocamento interessa
la resistenza al moto della nave stessa e le sue qualità manovriere
e di tenuta al mare. Nel caso degli scafi plananti si ha una esaltazione
di questa influenza. La forma del fondo influisce sulla possibilità
di planata, sul comportamento dell'unità durante la planata, sul
beccheggio, sul "galoppare", sulla tenuta al mare, sulla stabilità
di rotta e sull'angolo di sbandamento in virata. la resistenza dell'aria
per una unità a dislocamento rappresenta una piccola parte della
resistenza totale. Per una unità planante, molto veloce, detta
resistenza costituisce invece un fattore molto importante e talvolta è
accompagnata da notevoli forze verticali. Il progetto della carena di
uno scafo planante costituisce dunque non solo un problema notevolmente
diverso da quello di una nave a dislocamento, ma anche un problema più
intricato e complesso data la interdipendenza e la interazione dei più
importanti fattori che lo governano. In nessun'altra branca del progetto
navale esiste una così profonda, mutua dipendenza dei vari fattori.
Un aumento del 10% nel peso di un'unità a dislocamento significa
che quest'ultima s'immerge un poco di più, naviga ad una velocità
più ridotta ma conserva circa le stesse forme di carena ed il suo
comportamento rimane essenzialmente lo stesso. Il medesimo aumento di
peso in uno scafo planante può impedire a quest'ultimo di planare
e/o modificare le sue caratteristiche di stabilità dinamica e quindi
di tenuta al mare.
Per cui si potrebbe verificare il paradosso di avere a che fare con problemi
sempre più grandi man mano che si progettano scafi più piccoli.
Sono stati fatti molti studi e prove in vasca con carene aventi vari angoli
di rialzo (che è l'angolo realizzato dal fondo della carena con
il piano orizzontale passante per la chiglia) e vari rapporti tra la lunghezza
e la larghezza di spigolo. Le varie prove eseguite nelle vasche hanno
dimostrato che l'aumento di resistenza non solo è dovuto all'aumento
del peso o a quello della velocità, ma in modo particolare all'angolo
di rialzo del fondo e all'angolo di assetto longitudinale in corsa, che
è determinato dalle rispettive posizioni del centro di spinta e
del baricentro.
Velocità di 15 nodi in mare calmo
Velocità di 15 nodi in mare mosso
Velocità di 34 nodi in mare calmo
Velocità di 34 nodi in mare mosso
________________________________________________
Si
è visto che, all'aumentare dell'angolo di rialzo, aumenta la resistenza
(Figura n° 1), ma migliora la tenuta al mare, anche perché
si riducono sensibilmente le accelerazioni d'impatto, per cui è
possibile avere, con mare mosso, una maggiore velocità rispetto
ad una carena con stesse dimensioni, ma con angolo di rialzo più
basso. Quindi la scelta dell'angolo di rialzo è condizionata dalla
velocità e da una navigazione confortevole. Quest'ultima qualità
richiede, inoltre, una cura particolare nello studio delle forme di prora
che nell'impatto con l'onda, riducendo le accelerazioni, proteggono le
strutture da forti sollecitazioni (Le varie immagini della Figura n°
4 evidenziano, in modo particolare, il diverso comportamento di una carena
con prora penetrante Modello 2084, da una carena a V con angolo di rialzo
molto basso Modello 2117).
Purtroppo le forme di scafo più idonee per la navigazione in planata
mal si conciliano con quelle classiche per la navigazione in dislocamento.Quindi
a bassa velocità, o per meglio dire, prima che si raggiunga la
velocità di planata, lo scafo è soggetto generalmente a
forti resistenze d'onda, di vortici ed a noiosi spruzzi d'acqua. Prima
di raggiungere la velocità di planata la prora rimane sospesa nell'aria,
la resistenza aumenta sensibilmente e, se non si dispone di una riserva
di potenza, la barca si trova di fronte ad una barriera per la sua velocità
che non potrà superare. Se, viceversa, c'è ancora potenza
disponibile, lo scafo potrà superare la "gobba" della
curva di resistenza, la sua velocità aumenterà sensibilmente
e la cresta dell'onda di prora si sposterà verso poppa.
Con una espressione indovinata molti dicono che, a questo punto, l'imbarcazione
sale sulla sua onda di prora, l'angolo di assetto longitudinale diminuisce
e la velocità aumenta. Lo scafo aumenta sensibilmente la velocità
senza richiedere ulteriore aumento di potenza; si dice che è stata
raggiunta la velocità di planata che, certamente, non è
la massima velocità raggiungibile.
Un'imbarcazione è in planata quando l'acqua è a contatto
con il fondo solamente all'interno degli spigoli.
Quanto maggiore è la distanza fra la massima velocità e
la velocità di planata, tanto migliore sarà il comportamento
dell'imbarcazione, perché l'aumento di resistenza dovuto all'aumento
della sporcizia di carena, al mare mosso, ad un eventuale supplemento
di carico, al vento contrario, non sarà tale da impedire la planata.
Quindi quando si acquista un'imbarcazione è importante conoscere
la velocità massima e la velocità di planata alla condizione
di pieno carico massimo.
Esiste un fattore che spesso è dimenticato e che riguarda proprio
le piccole navi: il periodo di rollio. Una piccola imbarcazione stabile
ha un periodo di rollio che si aggira tra i 2÷3 secondi. Questo
significa che, per un vasto campo di condizioni di mare, il periodo proprio
dell'onda sarà maggiore di quello della barca. Il periodo di un'onda
di 30 metri, infatti, è di circa 4,5 secondi, il periodo di un'onda
di 85 metri è di circa 7 secondi. Con mare di poppa o di prora,
il periodo naturale del battello non è influenzato dal periodo
dell'onda, con mare al traverso, invece, o al giardinetto, il periodo
d'incontro tra quello del battello e dell'onda dipenderà anche
dalla velocità della nave. Quando questo periodo d'incontro, che
può essere pensato come il tempo intercorrente tra due successivi
impatti d'onda, è superiore a quello proprio del battello, quest'ultimo
tenderà a saltare con il periodo proprio dell'onda. Per cui, se
l'imbarcazione ha lo stesso periodo dell'onda, si può avere la
sincronizzazione dei periodi naturali di scafo e d'onda, quindi, si incorre
in disagi molto più seri di quelli derivati da un proprio periodo
corto di oscillazione, non in sincronia con quello delle onde.. Le piccole
navi, quindi, si troveranno in condizioni di rollio forzato e le loro
oscillazioni saranno governate dal mare piuttosto che dallo loro forma
di scafo, molto più spesso delle grandi, il cui periodo naturale
di rollio è di gran lunga maggiore. Per molte condizioni di mare,
pertanto, la barca con r-a (indice di stabilità statica) maggiore
sarà più stabilizzata che non quella con r-a minore. È
importante che la stabilità, in particolare quella trasversale,
venga ricercata attraverso corrette proporzioni di scafo, adeguata larghezza,
e non con l'empirico correttivo della zavorra.
Il comportamento di uno scafo che plana sul mare dipende dai seguenti
fattori: superficie ed inclinazione del fondo sul mare, distribuzione
della pressione sulla superficie bagnata, posizione longitudinale del
centro di pressione e del centro di gravità, momento d'inerzia
longitudinale della figura di carena bagnata e da un certo numero di altri
elementi collegati ai
fattori suddetti.
Quando lo scafo è a regime si deve avere, ovviamente, l'equilibrio
fra tutte le forze orizzontali, le forze verticali e i momenti sul piano
longitudinale. Succede, però, che una causa perturbante, anche
piccola, può modificare momentaneamente questo equilibrio. Se,
per esempio, la risultante delle pressioni dinamiche agenti sul fondo
passa alternativamente da una posizione a poppa ad una posizione a prora
del centro di gravità, lo scafo è soggetto a beccheggio,
e questo beccheggio è associato con un "sali e scendi"
che può sfociare in una serie di oscillazioni cicliche, che si
mantengono automaticamente, e che gli americani chiamano "porpoising".
Noi potremmo dire con un termine che sembra rispecchi bene il fenomeno,
che lo scafo "galoppa" o "delfina", cioè imita
il modo di nuotare dei delfini.
Come il lettore avrà potuto notare, la posizione del centro di
gravità è un elemento basilare nel progetto di una scafo
planante, in quanto a questa posizione è legato l'intero comportamento
dell'unità in mare, sia nei riguardi della resistenza al moto,
sia nei riguardi delle qualità nautiche. Come noto, il centro del
galleggiamento è il fulcro per cui passa l'asse di rotazione quando
la barca cambia assetto a causa d'imbarco, sbarco e spostamento di pesi.
Di conseguenza, l'imbarco dei pesi mobili (combustibile, acqua e materiale
di consumo) deve essere effettuato in modo tale che il relativo centro
di gravità cada in corrispondenza del centro di galleggiamento
della zona di sovraimmersione, che si trova vicino al centro di gravità
dell'imbarcazione.
fonte:
nautica.it
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